.
Annunci online

 
giors 
<%if foto<>"0" then%>
Torna alla home page di questo Blog
 
  Ultime cose
Il mio profilo
  Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom

contatore statistiche web
  laurana
Oca Sapiens
Jean-Pierre Luminet
Yoani Sánchez
Massimo Gramellini
riccardo chiaberge
Rotex
Rotellando
maria elena
il ritorno di fiamma
diversamente affabile
piazza vittorio
avocado
marina palumbo
eldas
progetto Galileo
opere Norberto Bobbio
Centro Studi P. Gobetti
  cerca


 

diario | documenti |
 
Diario
1visite.

4 settembre 2015

Ancora sulle immagini simbolo

Purtroppo spesso quando si parla di immagini simbolo ci si riferisce a un momento tragico della storia e tra queste icone della follia umana moltissime ritraggono bambini. Non so se ciò sia dovuto al cinismo del fotografo, alla ricerca dello scatto che lo può far entrare nella storia, o alla sensibilità civile dello stesso che spera che l’immagine cruda che sta riprendendo possa muovere le coscienze e far capire che si sta passandola soglia dell’orrore.

Appartengono a questa categoria, oltre alla foto opera di Nilufer Demir della Reuters che ritrae il bambino turco annegato pochi giorni fa anche quella arcinota e anonima del bambino con le braccia alzate nel ghetto di Varsavia, o quella della bimba vietnamita che scappa da un attacco americano con il napalm. Questa foto di Nick Ut della AP ebbe il merito di incominciare a instillare il dubbio sull'insensatezza e sulla ferocia di una guerra condotta con mezzi (i defolianti e il napalm) tutto sommato non molto diversi dell’iprite della prima guerra mondiale.

Va infine ricordato ancora uno scatto, che non riporto in questa mia riflessione perché troppo crudo. È quello del fotografo sudafricano Kevin Carter che nel 1993 andò in Sudan per documentare la guerra civile e la carestia che stavano facendo strage nel Paese. Qui scattò la foto che gli valse il premio Pulitzer, è quella di un bambino denutrito minacciato da un avvoltoio. Carter però aveva visto e documentato troppe tragedie, non riuscì a reggere l’orrore e, anche per questo, si suicidò l’anno dopo

.

 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. fotografia bambini foto simbolo

permalink | inviato da giorgio egidio il 4/9/2015 alle 9:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

27 dicembre 2014

Mostra "A occhi aperti"


Ci sono fatti, pezzi di storiache esistono solo perché c’è una fotografia che li racconta.” Il questabreve frase tratta dall’introduzione del libro di Mario Calabresi c’è laragione profonda del libro e della mostra in corso alla Reggia di VenariaReale. Non si può capire la mostra se non si legge il libro, che non ne è ilcatalogo, pur contenendo la riproduzione di tutte le foto esposte. E moltoprobabilmente anche il libro senza la visita alla mostra sarebbe monco dell’impattoemotivo dato dalle fotografie stampate in grande formato ed esposte con grandeintelligenza nelle sale della Reggia, divise per autore, senza un ordine logicopreconfezionato che le ordini forzosamente in un percorso logico.

Sono fotografie di diecifotografi, alcuni famosi e celebrati, altri meno famosi o addirittura rimastianonimi per molto tempo. Il filo conduttore che unisce tutte le immagini è ilfatto che il fotografo-giornalista ha fissato un momento di storia, senzasapere e forse in alcuni casi senza neppure immaginare che quella che stavaritraendo sarebbe diventata Storia con la S maiuscola, ma basandosi solo sullapropria sensibilità e intelligenza.

Nella mostra si va dagli scattidi Josef Koudelka dell’invasione sovietica di Praga del 1968: alcune di questeimmagini sono diventate le icone di quella terribile settimana, alle altrettantoinquietanti foto di Abbas della rivoluzione komeinista del 1979. Si passa dallefoto del Vietnam, del Biafra e di Londonderry di Don McCullin, che riesce araccontare attraverso le espressioni delle persone, a quelle terribili delledistruzioni di Beirut del 1991. Non potevano mancare gli scatti di ElliottErwitt che sa declinare la storia, l’ironia e la poesia in un’immagine.

Ogni fotografia avrebbe bisognodi una descrizione, di un richiamo al momento storico, all’evento e ai suoisviluppi ed è quello che fa con grande maestria Mario Calabresi attraverso leinterviste ai dieci fotografi.

 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. fotografia mostra mario Calabresi

permalink | inviato da giorgio egidio il 27/12/2014 alle 14:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

12 aprile 2011

Tutto ciò che una fotografia può raccontare

 

In fondo a un cassetto della scrivania di mio nonno, nella casa di campagna,  ho trovato una fotografia, anzi, un ritratto fotografico montato su robusto cartoncino.  Ritrae un giovane in posa che guarda verso sinistra con orgogliosa sicurezza, è in uno studio fotografico con tanto di drappeggio dietro alle spalle, si vede che ha curato il proprio aspetto: è pettinato di fresco con la riga in mezzo e ha le scarpe pulite. È in divisa militare: ha i gradi di sottotenente, non ha mostrine e ha appoggiato il kepi su di un’artistica balaustra alla sua sinistra. Analizzando l’uniforme si può desumere che la fotografia è successiva al 1871, anno in cui vennero adottate le stellette, e antecedente il 1908, quando il grigioverde sostituì l’uniforme turchina che il nostro amico indossa. Non appartiene ad alcuna arma in particolare: l’assenza di mostrine e il fregio sul kepi  lo qualificano come ‘ufficiale contabile’ come si chiamavano i militari che in anni più recenti  sarebbero stati inquadrati nella sussistenza. La qualità della fotografia è molto buona, dopo oltre un secolo non è ingiallita, i toni di grigio sono ben sfumati e, osservandola con una potente lente, non si vede traccia di  grana, segno evidente che il fotografo ha utilizzato una lastra di grande formato, l’ha ben sviluppata e poi l’ha stampata per contatto. Ricerche sullo studio fotografico hanno portato a definire meglio la possibile data della fotografia, infatti lo studio Castellani di Alessandria ha cessato la sua attività nel 1900, dopo la morte del suo fondatore.

Fin qui quello che racconta la fotografia, ma rimane ancora un problema: chi è il giovane militare? non sembra avere un’aria  familiare a d’altra parte non è stata tramandata memoria di un ufficiale in quel ramo della famiglia. Allora che cosa può significare questo ritratto di un baldanzoso militare di un secolo fa? Potrebbe essere una timida richiesta di ricordo rivolta a qualche giovane donna della famiglia. Ma allora, beato ragazzo, perché non firmare la fotografia o scrivere due parole dietro il cartoncino? Potrebbe essere il frutto dell’orgoglio dei genitori, che dopo tanti sacrifici (all’epoca le scuole  militari erano tutt’altro che gratuite) facendo un ultimo sforzo hanno fatto stampare alcune copie del ritratto del neo ufficiale per donarle a parenti e amici, che si sono premurati di seppellirle in un cassetto per un secolo. Potrebbe anche essere un ex allievo di mio nonno, arrivato finalmente alla nomina ha regalato la sua guerriera immagine come per comunicare: “esimio professore, l’ho fatta dannare per tanti anni, ma guardi fin dove sono arrivato. E non è finita!”. Ma allora, signor tenente, perché non scriverlo? Forse temeva ancora la matita rossa e blu del suo giovane insegnante?

Peccato, non saprò mai chi fosse questo personaggio ritratto da giovane  che con uno sguardo carico di orgogliosa sicurezza guardava alla sua sinistra, verso il futuro.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. storia fotografia

permalink | inviato da giorgio egidio il 12/4/2011 alle 15:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

18 dicembre 2010

Il valore di un'immagine

  

Negli ultimi tempi siamo stati testimoni, oltre che di fatti di guerra in varie parti del pianeta, anche  di esplosioni di violenza più o meno incontrollate nella civilissima Europa: Spagna, Grecia, Inghilterra, Italia e sempre più questi fatti sono documentati da centinaia di fotografie e da ore di registrazioni video. Sono quasi sempre immagini forti, ritraggono sangue, violenza, scontri, lotte pestaggi e vengono riproposte da televisione e giornali fino a sedimentarsi nella memoria collettiva come icone di questi avvenimenti: c'è senza dubbio la ricerca dell'immagine eclatante in grado di sorprendere, scioccare, commuovere o semplicemente incuriosire.

Già durante la guerra del Vietnam John Berger, uno studioso della comunicazione, saggista e critico d’arte inglese scriveva meditate riflessioni sul lavoro dei fotoreporter di guerra in un suo saggio dal titolo "Fotografare l'angoscia", pubblicato in Italia nel libro "Del guardare", nel quale rilevava che "è diventato un fatto normale pubblicare fotografie di guerra che qualche tempo fa sarebbero state censurate perché troppo impressionanti. Questa evoluzione potrebbe essere spiegata con il fatto che i giornali si sono resi conto che un vasto settore di lettori è consapevole degli orrori della guerra e vuole che gli sia mostrata la verità." Poi  si chiede quale effetto abbiano tali fotografie: "bloccano la nostra attenzione. L'aggettivo più adatto che possiamo usare per definirle è sconvolgenti. Ci catturano. Mentre le guardiamo il peso di quella sofferenza ci opprime e ci sentiamo in preda alla disperazione e all'indignazione ... la foto diventa una testimonianza della condizione umana generale. Un'accusa contro tutti e nessuno."

Mi è venuto in mente questo saggio di Berger l'altro giorno vedendo riproposta più volte nei telegiornali e poi ripresa dai quotidiani la terribile sequenza del tentativo di linciaggio ad Atene dell'ex ministro Kostis Hatzidakis, braccato in strada da una folla di violenti che infieriva su di lui, ma soprattutto di fotoreporter e cineoperatori la cui unica preoccupazione era immortalare la sequenza della barbara uccisione di un uomo, cercando di guadagnare la posizione migliore accanto alla vittima: testimoni privi di umana solidarietà.

Fortunatamente Hatzidakis è riuscito a salvarsi grazie all'intervento degli addetti alla sua sicurezza, ma ciò non toglie che quello del fotoreporter sia un lavoro che sembra richiedere una buona dose di cinismo, cosa che molto probabilmente non manca alla folla di mestieranti che, armati di macchine fotografiche sempre più sofisticate e facili da usare, cercano di carpire lo scatto o la sequenza che garantisca un ricco copyright, ma ci sono tra i grandi del fotogiornalismo anche esempi diametralmente opposti.

Kevin Carter era un fotoreporter che ha documentato con passione, sensibilità e grande capacità gli aspetti peggiori dei conflitti africani, aggregandosi a missioni umanitarie o viaggiando in prorpio nelle zone più pericolose del continente e rischiando spesso per la propria incolumità. Nel 1993, viaggiando con un convoglio dell'Unicef, raggiunse una delle zone del Darfur più colpite dalle piaghe dell'Africa: guerra, predoni, carestia, malattie, fame e scattò la fotografia più sconvolgente che mi sia capitato di vedere (è che non inserirò in questo post, benché ne possegga una copia, perché me ne è insopportabile la vista). Una bambina molto piccola, allo stremo delle forze è accasciata a terra, un avvoltoio posato a pochi passi da lei è in attesa. La foto fu pubblicata e all'inizio del 1994 il fotografo vinse  il prestigioso premio giornalistico Pulitzer.

Dopo pochi mesi Carter si tolse la vita con i gas di scarico della propria auto. Per spiegare il suo gesto lasciò un biglietto che diceva:

"Sono depresso ... sono ferito mortalmente dalle vivide memorie di uccisioni e corpi e paura e panico ... di denutrizione e di bambini feriti, di ragazze falsamente allegre, di polizia, di boia ... me ne vado, se io sono questa follia"

28 gennaio 2010

Una storia del secolo scorso (immaginata)

 

Esplorando i blog della sezione diari, mi sono imbattuto in quello sempre molto garbato di Artemisia, che fa un’operazione intelligente: racconta una vecchia immagine di famiglia, integrando ciò che non sa con l’immaginazione.

È un’operazione intrigante, proverò a ripeterla con questa immagine:

è la fotografia di un gruppo sugli scogli di Chiavari durante un’estate, presumibilmente del 1913/14.

Il signore alle spalle del bambino con la paletta (che è mio papà), che ha una vaga somiglianza con Sigmund Freud, è mio nonno, professore mazziniano (notare la cravatta nera) amava dire di essere ‘figlio di Porta Pia’ (era infatti nato nel 1870), la signora alla sua destra è sua moglie, insegnante montessoriana (formatasi nella scuola tramandataci da De Amicis).

Degli altri personaggi nulla so né potrei ormai sapere, ma posso sforzarmi di immaginare le loro storie: il personaggio all’estrema destra in costume da bagno e cuffia (vagamente somigliante a Obelix) è l’anima della compagnia, sicuramente è il trascinatore delle giornate e delle serate di ferie estive. I due signori a sinistra, con cravatta e cappello sono stati chiaramente trascinati in spiaggia quel giorno, anzi, l’uomo che guarda in macchina è visibilmente infelice, fa caldo, è quasi ora di pranzo è annoiato perché ha dovuto aspettare che Obelix finisse di sguazzare e non vede l’ora di ritirarsi all’ombra. Diverso è l’atteggiamento del giovanotto con la paglietta: è una vittima consapevole delle decisioni di altri: si adegua e cerca di passare il tempo rincorrendo i propri pensieri, forse è tormentato da una premonizione: nubi minacciose si stanno addensando sull'Europa, non sa certamente che immane, assurda carneficina distruggerà la sua generazione e il mondo tranquillo e ordinato che conosce, lui stesso potrebbe scomparire fagocitato dall'insensatatezza dei potenti della terra.

L’espressione della signora con l’ombrellino dimostra chiaramente che questa estate è venuta al mare solo per fare piacere al marito (presumibilmente Obelix), con aria torva sta ricordando le discussioni avute a proposito della scelta della località delle ferie: lei aveva perorato la scelta della montagna, sarebbe andata molto volentieri a Ceresole Reale, dove oltretutto sua mamma (la signora anziana e severa al centro, suocera di Obelix) sarebbe stata molto bene al fresco.

Il solo che prende sul serio la vacanza al mare è il signore al centro con l’asciugamano in testa, è un vero sportivo, socio della società polisportiva Rari Nantes in gurgite vasto: ha appena finito la sua nuotata: 500 bracciate in ‘stile marinaro’, sta facendo attenzione a non prendere un colpo di freddo e non vede l’ora che questa pantomima della fotografia sia finita per fare le sue 100 flessioni sulle braccia.

Il bambino in primo piano non può che essere il figlio della signora con l'ombrellino e di Obelix: ha guardato tutta la mattina il papà sguazzare come un tricheco, ma la mamma assolutamente non l'ha lasciato avvicinare all'acqua : <ti ricordi la bronchite che hai avuto l'inverno scorso? vuoi ammalarti?>

L’unico a divertirsi sembra essere mio papà. È sempre stato una persona solare!


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. storia mare fotografia vacanze

permalink | inviato da giorgio egidio il 28/1/2010 alle 12:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
sfoglia
agosto