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30 settembre 2015

Chapeau


Bisogna ammetterlo, i tedeschi sono un grande popolo che riesce a surclassare le altre nazioni europee in tutto ciò che fa. Nel bene e nel male (la storia insegna). Anche nelle truffe.

Facciamo un parallelo tra le truffe italiane e tedesche.Gli italiani se vogliono fregare il prossimo si inventano ruberie da soliti ignoti: fabbricano edifici che sono castelli di sabbia in zone sismiche facendo la cresta sulle forniture di materiali, realizzano autostrade che si sciolgono il giorno dopo l’inaugurazione perché si è risparmiato su tutto, impiantano valvole cardiache taroccate, ma che sono ben sponsorizzate, tanto il paziente è già malato di cuore, che vuole di più?

I tedeschi no, non si abbassano a rincorrere simili furbizie. Loro ci mettono la tecnologia di cui sono maestri, se una truffa deve esserci che sia planetaria e soprattutto che dimostri la superiorità tecnologica del Paese! E allora via al programma che falsa i dati,ben scritto, sicuro e affidabile, difficile da individuare.

Altro che il cosiddetto algoritmo Calderoli!


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permalink | inviato da giorgio egidio il 30/9/2015 alle 9:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

29 aprile 2010

Il falegname e il poeta folle.

Sono sempre stato affascinato dalla storia e dalla personalità di Ernest Zimmer. Costui era un falegname, probabilmente un ebanista di buon livello di Tübingen , in Svevia. Non era un uomo di cultura, ma nel 1807assistette alla lettura di “Hyperion”, un romanzo epistolare del poeta Friedrich Hölderlin suo conterraneo che all’epoca, a 37 anni, affetto da una malattia mentale che gli procurava una sorta di dissociazione della personalità, era stato ricoverato in una clinica psichiatrica della stessa città dell’artigiano. Hölderlin, quasi sconosciuto in Italia, in Germania è considerato di una levatura di poco inferiore a quella di Goethe e Zimmer rimase talmente affascinato dalla sua opera che ottenne dalla famiglia di diventarne il tutore, lo fece uscire dalla clinica e lo alloggiò a casa propria, in un’ampia camera all’ultimo piano di una specie di torrione, oggi diremmo in un loft, con una vista magnifica sul fiume Neckar. Qui Hölderlin visse per 36 anni continuando a scrivere poesie formalmente ineccepibili ma spesso prive di significato, firmandole con nomi di fantasia, soprattutto Scardanelli,ma anche Scarivari o Buonarrotti, ricevendo visite non gradite di studenti e letterati, facendo lunghe passeggiate solitarie per calmarsi: in una parola vivendo con relativa serenità il suo distacco dalla realtà.

Zimmer regolarmente scriveva, per lo più in dialetto svevo, alla famiglia di Hölderlin per dare notizie e in una di queste lettere ha fornito forse la più commossa descrizione del poeta suo protetto: “avrà arricchito la sua fantasia a spese dell’intelletto”.

La singolarità di Ernest Zimmer, che lo pone molto lontano da noi, sta nel fatto che una persona semplice, di scarsa cultura partecipi a delle serate letterarie e venga coinvolto a tal punto da ciò che legge, da sentirsi in dovere di intervenire per garantire una vita onorevole a un autore conosciuto solo attraverso le sue opere. Bisogna evitare di cadere nella generalizzazione dicendo che i bei tempi andati vedevano i falegnami prendersi cura dei letterati perché penso che il caso di Zimmer sia statisticamente ininfluente, nel senso che gli altri falegnami svevi dell’inizio ‘800 probabilmente alla sera andavano alla Bierstube e non si commuovevano per le poesie preromantiche. Quella di Herr Ernest rimane però una bella storia e la sua casa affacciata sull’ansa del Neckar vale la pena di essere vista, per lo meno come simbolo dell'amore per la poesia unito a umana solidarietà.


18 febbraio 2010

Diario di lettura: Fred Uhlman

Umberto Eco ha spesso la capacità di dare forma logica e ragionata a delle sensazioni che uno ha in forma confusa.

Ciò mi è capitato leggendo la sua ‘bustina di minerva’ su uno degli ultimi numeri de L’Espresso. Sostanzialmente Eco dice che la fortuna di un’opera letteraria dipenda dalle circostanze del momento della sua pubblicazione, i contesti storici cui appartiene e il riferimento alla vita del lettore. Di ciò ne ho avuto una conferme nei giorni scorsi: non avevo mai letto ‘L’amico ritrovato’ di Fred Uhlman, pur conoscendone il valore per essermi imbattuto negli anni in numerose sue citazioni; ora l’ho letto e, a parte che non amo la novella come forma letteraria che trovo sempre un po’ superficiale (ma questo è senz’altro un limite mio), non mi ha soddisfatto.

La storia è bellissima e intrigante: tratta dell’amicizia di due liceali nella Germania alla vigilia delle leggi razziali: uno è figlio di una famiglia ebrea della media borghesia, l’altro di una famiglia della nobiltà Junker della Sassonia con radici nella nobiltà polacca. I due ragazzi simpatizzano e hanno diversi interessi in comune, ma la loro frequentazione è resa impossibile, sia a causa di motivi di casta, sia per l’adesione alle idee naziste del giovane nobile. Qui si interrompe la storia dell’amicizia e la narrazione riprende trenta anni dopo quando il ragazzo ebreo emigrato negli Stati Uniti viene a sapere che l’amico è morto giustiziato per aver partecipato a un attentato a Hitler (presumibilmente quello del 1944). Questa in sintesi la storia che si dipana per un’ottantina di pagine, però mi ha lasciato un senso di incompiutezza, superficialità, inadeguatezza. Molto probabilmente ciò è dovuto al fatto che negli ultimi anni mi sono interessato e ho letto molto sulla storia del 900, sulla Shoah, sugli eventi della Germania. Sono sicuro che avessi letto ‘L’amico ritrovato’ all’inizio degli ani ’70 quando è stato pubblicato in Italia sarei riuscito ad apprezzarlo in altro modo.

 




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