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Diario
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5 agosto 2015

Quando l’industria creava utili con i prodotti

Ieri sera su RaiStoria ho visto un bel documentario, segno evidente che volendo la televisione è in grado di preparare prodotti di qualità.

Il programma raccontava la storia della Vespa, omeglio parlava, anche attraverso interviste e filmati d’epoca, di un ingegneredotato di tecnica ma anche di inventiva, di un imprenditore illuminato e di untempo in cui le società manifatturiere producevano utili con i prodotti e noncon la finanza.

L’ingegnere era Corradino d’Ascanio, un geniaccio nel campo dell’industria aeronautica, la società era la Piaggio di Pontedera e l’imprenditore lungimirante era Nicola Piaggio.

La Piaggio negli anni prima della seconda guerra mondiale produceva aerei, gli stabilimenti di Pontedera erano stati pesantemente danneggiati sia dai bombardamenti degli angloamericani, sia dai tedeschi in ritirata che si preoccupavano di non lasciarsi alle spalle delle potenzialità produttive di armi.

Appena finita la guerra il proprietario della Piaggio di Pontedera, Nicola Piaggio, di fronte alla sua fabbrica praticamente distrutta si è posto il problema di non lasciare sulla strada i 4.000 dipendenti. Di costruire aerei non se ne parlava più, per cui bisognava in fretta trovare una produzione meccanica alternativa. Anche la meccanica pesante, come i treni rischiava di essere troppo poco remunerativa nel breve termine, per cui l’idea vincente di Nicola Piaggio è stata quella di inventarsi un veicolo leggero ed economico che potesse dare mobilità agli italiani. La leggenda vuole che il mandato ai suoi progettisti fosse di inventare un veicolo a due ruote semplice, che potesse “essere guidato da uomini, donne, preti”.

Il progetto di questo veicolo fu preparato da un ingegnere della Piaggio, Corradino d’Ascanio che riuscì a unire strategie produttive e soluzioni tecniche utilizzate dall’industria aeronautica. Il veicolo era la Vespa che, con poche modifiche, è in circolazione da 70 anni.

Il documentario è stato interessante, sia per la storia delle persone che hanno portato alla creazione della Vespa, sia perché parlava di un tempo in cui l’industria creava utili con i prodotti e non con la finanza e in cui un imprenditore si preoccupava prima di tutto di non lasciare senza lavoro, e senza reddito, 4.000 dipendenti

19 febbraio 2015

Diario di lettura: Aldo Cazzullo “La guerra dei nostri nonni”



Nell’anno (o negli anni) del centenario dell’inizio della Grande Guerra, Aldo Cazzullo ha pubblicato un nuovo libro: “La guerra dei nostri nonni”, è un libro aneddotico,nel senso che sono presentate storie personali sullo sfondo tragico e terribile della prima guerra mondiale. Alla sensibilità del cronista che parla con indignata partecipazione di storie di soldati mandati inutilmente a morire, Cazzullo unisce il rigore della ricerca storica. Anche in questo libro, come nell’"anno sull'altipiano" di Emilio Lussu, nei ricordi di guerra di Gadda, nel bel libro sui generali di Quirico viene fuori la superficialità, l'impreparazione e il disprezzo per la vita dei propri soldati dei generali italiani, a partire da Cadorna, nominato Capo di Stato Maggiore dell'esercito non per esperienza di comando, che non aveva, ma per il nome che portava.

Il libro si articola in capitoli monotematici che affrontano aspetti della Grande Guerra che molto spesso non sono affrontati o sono appena accennati nei libri di storia militare: le decimazioni, le donne sia come soggetti fondamentali, sia come oggetto di violenza, i “figli del nemico”, vale a dire i bambini frutto degli stupri, rifiutati da tutti, poi ancora coloro che hanno perso la ragione a causa di ciò che hanno visto o patito, gli “scemi di guerra” come con poca carità venivano chiamati.

Chiudono il libro due cose notevoli: l’intervista fatta da Cazzullo nel 2003 al fante più anziano, Carlo Orelli e ancora un capitolo di ricordi riportati da figli e nipoti introdotti dalla bellissima frase: "Ho ricevuto molte piccole storie, talora commoventi, che considero tesori preziosi, salvati dall'immenso oceano della dimenticanza". Questo salvataggio è senz'altro il merito maggiore del libro, che vale assolutamente la pena di leggere.

 





10 maggio 2011

Bogia nen

           
          Battaglia dell'Assietta

Molto spesso i piemontesi sono definiti dei bugianen, utlilizzando la parola, storpiata dal dialetto, per definire un tratto caratteristico negativo del loro modo di vivere, ancorati al passato, alle buone vecchie abitudini, allo squallore del tranquillo e sicuro vivere quotidiano.

In realtà la parola deriva da un imperativo: bogia nen! (bùgia nén), non ti muovere! Che dovrebbe sintetizzare una serie di qualità di carattere positive: la caparbietà, il senso del dovere, il piacere di vedere un lavoro finito e finito bene.

L’origine della frase viene fatta risalire a metà del ‘700, durante uno degli episodi della guerra di successione austriaca che vedeva alleati da una parte Francia e Spagna e dell’altra Austria e il Regno di Sardegna e, come è successo più volte nella storia da Annibale in poi, quando un esercito ha voluto cercare di invadere il Piemonte si è dovuto infilare nella munitissima Valle di Susa, oppure scegliere la via del crinale tra due valli, dove però nel 1747 era schierato l’esercito del re di Sardegna.

La battaglia che ne scaturì e da cui nacque l’espressione ‘bogia nen’ è raccontata in maniera sintetica da un lettore oggi su La Stampa:

“ ..occorre tornare al 19 luglio 1747 i Piemontesi sconfissero i franco-spagnoli che stavano invadendo la Val di Susa al Colle dell'Assietta, spartiacque tre le Valli di Susa e Chisone. La battaglia era impari poiché i nemici avevano a disposizione numerosi battaglioni e i "nostri" poche forze aiutate anche da volontari valdesi e dai muratori del Canavese che costruirono muretti di difesa. Poiché non si avevano più munizioni gli ufficiali piemontesi chiesero al loro comandate in capo di ritirarsi per meglio potersi difendere. Ma il conte Cacherano di Bricherasio disse testualmente ai suoi ufficiali: "fieuj, da si noi i bogioma nen" (Ragazzi, da qui noi non ci muoviamo). Gli ufficiali tornarono alle trincee e mettendo un piede sulla schiena a chi tendeva a fuggire ripeterono la frase del loro comandante. Era dunque un punto di grande fermezza e tenacia e fu così che anche tirando sul nemico pesanti massi, pietre e ogni altra cosa a disposizione i piemontesi cacciarono il franco- spagnoli che si dovettero ritirare. Quindi il termine "boglia nen" è divenuto sintomo di orgoglio, fermezza e sicurezza nell'affrontare le cose della vita da parte dei piemontesi.”




                       
                        Colle dell'Assietta



12 aprile 2011

Tutto ciò che una fotografia può raccontare

 

In fondo a un cassetto della scrivania di mio nonno, nella casa di campagna,  ho trovato una fotografia, anzi, un ritratto fotografico montato su robusto cartoncino.  Ritrae un giovane in posa che guarda verso sinistra con orgogliosa sicurezza, è in uno studio fotografico con tanto di drappeggio dietro alle spalle, si vede che ha curato il proprio aspetto: è pettinato di fresco con la riga in mezzo e ha le scarpe pulite. È in divisa militare: ha i gradi di sottotenente, non ha mostrine e ha appoggiato il kepi su di un’artistica balaustra alla sua sinistra. Analizzando l’uniforme si può desumere che la fotografia è successiva al 1871, anno in cui vennero adottate le stellette, e antecedente il 1908, quando il grigioverde sostituì l’uniforme turchina che il nostro amico indossa. Non appartiene ad alcuna arma in particolare: l’assenza di mostrine e il fregio sul kepi  lo qualificano come ‘ufficiale contabile’ come si chiamavano i militari che in anni più recenti  sarebbero stati inquadrati nella sussistenza. La qualità della fotografia è molto buona, dopo oltre un secolo non è ingiallita, i toni di grigio sono ben sfumati e, osservandola con una potente lente, non si vede traccia di  grana, segno evidente che il fotografo ha utilizzato una lastra di grande formato, l’ha ben sviluppata e poi l’ha stampata per contatto. Ricerche sullo studio fotografico hanno portato a definire meglio la possibile data della fotografia, infatti lo studio Castellani di Alessandria ha cessato la sua attività nel 1900, dopo la morte del suo fondatore.

Fin qui quello che racconta la fotografia, ma rimane ancora un problema: chi è il giovane militare? non sembra avere un’aria  familiare a d’altra parte non è stata tramandata memoria di un ufficiale in quel ramo della famiglia. Allora che cosa può significare questo ritratto di un baldanzoso militare di un secolo fa? Potrebbe essere una timida richiesta di ricordo rivolta a qualche giovane donna della famiglia. Ma allora, beato ragazzo, perché non firmare la fotografia o scrivere due parole dietro il cartoncino? Potrebbe essere il frutto dell’orgoglio dei genitori, che dopo tanti sacrifici (all’epoca le scuole  militari erano tutt’altro che gratuite) facendo un ultimo sforzo hanno fatto stampare alcune copie del ritratto del neo ufficiale per donarle a parenti e amici, che si sono premurati di seppellirle in un cassetto per un secolo. Potrebbe anche essere un ex allievo di mio nonno, arrivato finalmente alla nomina ha regalato la sua guerriera immagine come per comunicare: “esimio professore, l’ho fatta dannare per tanti anni, ma guardi fin dove sono arrivato. E non è finita!”. Ma allora, signor tenente, perché non scriverlo? Forse temeva ancora la matita rossa e blu del suo giovane insegnante?

Peccato, non saprò mai chi fosse questo personaggio ritratto da giovane  che con uno sguardo carico di orgogliosa sicurezza guardava alla sua sinistra, verso il futuro.


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permalink | inviato da giorgio egidio il 12/4/2011 alle 15:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

29 marzo 2011

Chernobyl



L’incidente alla centrale nucleare di Fukushima di giorno in giorno appare sempre più grave e più difficilmente gestibile. Oggi i giornali riportano che l’incidente giapponese potrebbe essere l’analogo di quello di Chernobyl di 25 anni fa. Riporto una rassegna stampa prodotta nelle due settimane successive all’incidente alla centrale sovietica. Questa rassegna non ha valore scientifico, ma è una cronistoria dell’evolversi della situazione, man mano che le (scarse) notizie venivano rese pubbliche dalle autorità sovietiche.

26.04.86 sabato

Si verifica un incidente con fuga di radioattività alla centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina alle ore 1.25. Ufficialmente l'incidente verrà ammesso solo il 7 maggio.

29.04.86 martedì

Sui giornali del mattino viene pubblicata la prima notizia dell'esplosione. Al telegiornale viene detto che l'Italia è al sicuro dalla nube radioattiva, in quanto le correnti d'aria la spingono su Finlandia, Svezia, Norvegia e Polonia. Sempre al telegiornale Carlo Rubbia rilascia un'intervista nella quale afferma che “Il contenuto radioattivo del reattore sovietico di 3 milioni di kilowatt di potenza si può stimare a circa 10 miliardi di curie, equivalente alla radioattività di 10 mila tonnellate di radio e all'incirca uguale alla radioattività totale prodotta dalla bomba di Hiroshima”. Facendo poi il parallelo con l'altro incidente nucleare di cui si conoscono cause e effetti almeno immediati, Three Mile Island, dice che “nel caso dell'incidente del reattore americano l'involucro aveva miracolosamente tenuto e solamente 17 curie di iodio, equivalenti a soli 17 grammi di radio, sfuggirono nell'aria. Purtroppo nell'incidente sovietico quantità ben più grandi di materiale radioattivo si sono certamente disperse nell'atmosfera”.

30.04.86 mercoledì

Sui quotidiani prime notizie di limitazioni specie alimentari in Polonia e ampi servizi sull'incidente a Chernobyl e sui precedenti. Tullio Regge sulla Stampa indica le caratteristiche della centrale di Chernobyl: potenza circa 4 mila megawatt, moderatore in grafite, assenza della doppia camera di sicurezza. Nello stesso pezzo effettua anche un interessante calcolo di ordini di grandezza: “Stime ufficiali sostengono che la probabilità di un incidente grave per anni di operatività in una centrale nucleare, penso di tipo occidentale, sia all'incirca di un decimillesimo, e si abbassi fino a un centomillesimo per quelle italiane. Nel mondo esistono circa 330 centrali in funzione, con una vita media prevedi-bile di circa venticinque-trent'anni: il che ci porta appunto a circa diecimila anni di operatività, e comunque alla certezza di un incidente in questo periodo. Un sesto di queste centrali circa risiede in Europa: la probabilità di un incidente grave nei prossimi trent'anni vicino a casa nostra sarebbe dunque di un sesto, pari a quello della roulette russa”.

Il telegiornale della sera annuncia che i venti hanno girato e stanno portando la nube sull'Italia; la Protezione Civile assicura che non ci sarà alcun peri-colo.

Il Times di oggi esce con un paginone in cui fornisce i dati relativi alla centrale che per il momento sono i più completi. Parlando della fuga che può essere avvenuta dice: “if all the iodine escaped over a 24-hour period, the thyroid dose to adults at a distance of 10 miles down wind is estimated at more than 40,000 rems, and 1,200 rems at about 150 miles. There is a high probability of a person very quicly suffering thyroid cancer from a dose of 1,000 rems”.

01.05.86 giovedì

I giornali del mattino riportano la notizia che la nube radioattiva è sull'Italia, però la Protezione Civile assicura che non c'è motivo di preoccupazione.

Francesco Barone sulla Stampa titola il corsivo in prima pagina: “paura sì, ma ragionata”; sostiene :”I rischi tecnologici dell'uso pacifico dell'energia nu-cleare possono essere sempre meglio controllati dalla tecnologia stessa”.

Da fonte americana si viene a sapere che quanto detto da Tullio Regge il 30 aprile è esatto: nella centrale di Chernobyl mancava il doppio contenitore at-torno al nocciolo: l'incidente è analogo a quello di Three Mile Island che libe-rò nell'atmosfera 17 curie di radioattività: secondo Polo Volpe sulla Stampa di oggi “nel reattore di Chernobyl, tipo RBMK moderato a grafite e raffreddato ad acqua (e già questo è un apparente controsenso) non esiste il contenitore di sicurezza. E' verosimile che l'incidente abbia proiettato all'esterno una quantità di radioattività dell'ordine di un milione di curie”

02.05.86 venerdì

Oggi non escono i quotidiani del mattino.

Alla sera il telegiornale avverte che un decreto del ministero della Sanità vieta il commercio della verdura 'a foglia larga' ed il consumo del latte non a lunga conservazione ai bambini al di sotto dei dieci anni e alle donne in gra-vidanza per la durata di quindici giorni. Nella stessa trasmissione, durante uno speciale al quale partecipano diversi esperti, si parla della legge statistica che considera ininfluente un evento per il singolo, ma non per una popolazione. Ad esempio se compro un biglietto della lotteria, è estremamente improbabile che vinca un miliardo, perciò l'acquisto non comporta un cambiamento nel mio modo di vivere; ma considerando l'insieme delle persone che hanno comprato un biglietto è sicuro che uno vincerà un miliardo. Ribaltando il ragionamento sulla situazione attuale sembra di capire che benché a livello personale non ci si debba preoccupare delle conseguenze dell'inquinamento perché molto improbabili, è però sicuro che una qualche conseguenza ci sarà.

La trasmissione prosegue per diverse ore ma non vengono mai forniti dati a parte qualche generica rassicurazione che la radioattività ambiente non si discosta di molto da quella naturale di fondo (vengono portati gli esempi di Napoli e del Nord del Lazio dove il fondo è molto alto): c’è il dubbio che il problema reale non sia tanto la radioattività ambiente quanto l'accumulo al suolo.

03.05.86 sabato

I quotidiani del mattino riportano il decreto del Ministero della Sanità. Sulla Stampa è riportata la dichiarazione di tre ricercatori dell'Università di Bologna (Severino Ghini, Enrico Gattavecchia, Domenica Tonelli) secondo i quali l'aumento di radioattività ambiente non è il fatto più preoccupante. La contaminazione maggiore è quella dovuta all'acqua piovana che interessa soprattutto il terreno e i vegetali e concludono dicendo che “in ogni caso, sinché non si saprà l'analisi qualitativa degli inquinamenti radioattivi, è prematuro dire che tra quindici giorni i vegetali saranno nuovamente esenti da rischi”.

Sulla Repubblica esce un'intervista a Guido Dominici, responsabile del controllo ambientale e delle radioprotezioni del centro di Ispra il quale dichiara: “la Protezione civile ci ha vietato di dare informazioni. Possiamo dire solo questo: la nube radioattiva è stata percepita dai nostri strumenti alle sei dell'alba del 30 aprile. L'attività è andata aumentando fino a stabilizzarsi su certi valori che si mantengono tuttora, nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio. Le condizioni meteorologiche sono leggermente mutate e la nube si è spostata verso l'Italia centrale. Abbiamo constatato la presenza di elementi di fissione freschi che derivano evidentemente dall'esplosione del reattore della centrale russa....Radioelementi, iodii, cesii. Tellurio, bario, lantanio. Ma non posso precisare in quale misura....Abbiamo avuto questi ordini. La cosa è seria. Ci sono dei livelli che in Italia non abbiamo raggiunto neanche negli anni Sessanta, al tempo del fall-out atomico quando Russi e Americani facevano esplodere le loro bombe atomiche nell'atmosfera. Questi valori sono interessanti ma non preoccupanti: integrati nel tempo dovrebbero risultare meno dannosi”.

04.05.86 domenica

Un brano di un libro dei fisici americani Desmond Burns e Simon MacDonald è riportato da Repubblica: “tutte le radiazioni causano danno biologico e in particolare mutazioni genetiche. La percentuale di mutazioni dovute a sorgenti naturali è già molto alta, dato che già oggi provoca vistose anormalità in circa il tre per cento delle nascite. Ogni aumento della dose sulla popolazione si traduce in un aumento di mutazioni e il più evidente risultato possibile consiste in un aumento delle malformazioni neurologiche”. Può darsi che il dato del 3% sia dovuto ad un errore redazionale, ma in ogni caso rimane il senso della tradu-zione.

07.05.86 mercoledì

Il settimanale della Stampa Tuttoscienze pubblica un pezzo della radiobiologa Lucia Turco che conclude: “...Le conseguenze più gravi -della radiazione- sono quelle a carico del DNA: difficilmente calcolabile e prevedibile è il danno genetico per l'uomo e per il futuro delle specie viventi, degli animali, delle piante. E' stato calcolato per esempio che un aumento di 0.05-0.10 Roengten di esposizione alla ricaduta radioattiva (aumento che si è verificato prima del trattato del 1963 con il quale sono stati banditi gli esperimenti nucleari esterni) potrebbe dare origine addirittura a duemila-dodicimila bambini geneticamente deficienti, o anche causare da venticinquemila a centomila casi di leucemia e tumori ossei”.

Su tutti i giornali oggi viene pubblicata la prima tabellina dei valori di radioattività espressi in nano-Curie nell'aria (/mc), nelle verdure (/Kg), nel latte (/l): i dati sono scorporati in tre grandi zone geografiche: Nord, Centro, Sud. Appare subito evidente che una simile scorporazione è poco indicativa.

Viene anche riportata la versione ufficiale, la prima, dell'incidente al reattore di Chernobyl: è stata data durante una conferenza stampa da politici sovietici; secondo questa versione “l'esplosione è avvenuta per una reazione di carattere chimico ed era assolutamente 'imprevedibile' e non imputabile a difetti di costruzione della centrale”. Questa dichiarazione sembra avvalorare l'ipotesi dell'errore umano.

08.05.86 giovedì

La magistratura italiana apre un'inchiesta sull' attendibilità dei dati relativi alla radioattività poiché “è certo che i dati rilevati dalla struttura sanitaria nazionale in alcune zone del Nord indicano valori molto più alti delle medie nazionali diramate giorno per giorno dal Comitato, secondo fasce geografiche. Ad esempio nel laboratorio di fisica sanitaria della USL 40 di Ivrea...Le analisi hanno segnalato concentrazioni di iodio 131 nel latte oscillanti tra 15 e 40 nanocurie per litro e nei vegetali tra i 20 e i 200 per chilo” (i dati per in Nord nello stesso giorno riportavano rispettivamente 7 nano-Curie e 94 per i vegetali).

Al telegiornale della sera viene riportata la dichiarazione di una fonte ufficiale sovietica che ammette che l'incidente non è stato causato da un errore umano; si desume che l'esplosione sia dovuta alla pericolosità intrinseca della centrale.

09.05.86 venerdì

L'attendibilità dei dati forniti in Italia è sempre di più in discussione: in un'intervista rilasciata a Repubblica il direttore dell'Istituto di fisica della atmosfera del CNR, Michele Colacino, dichiara che, riguardo al fondo naturale di radioattività che la Protezione Civile ha sempre indicato come raddoppiato, “abbiamo parlato di un fattore due, ora, in termini scientifici, un fattore due vuol dire due ordini di grandezza, cioè che bisogna moltiplicare per cento. Forse qualcuno ha capito male...”.

Una notizia che non riguarda l'Italia, ma che dà l'ordine di grandezza della catastrofe rappresentata da un incidente nucleare è riportata oggi da tutti i giornali e con particolare rilievo dal Corsera: in Romania pare che i medici consiglino alle gestanti l'aborto. Per valutare la gravità di questa notizia bisogna pensare che in Romania “da qualche anno il governo ha proposto una drastica campagna per incrementare le nascite, con severissimi controlli sulle donne incinte: le quali, periodicamente, ricevono la visita di funzionari pronti a denunciare chi, disobbedendo agli ordini, abbia deciso di interrompere la gravidanza”.

10.05.86 sabato

La Repubblica fornisce un completamento alle tabelle pubblicate nei giorni precedenti sugli incidenti nucleari nel mondo. Tra le altre cose dice che “è stato il sottosegretario alla difesa Richard Perle a fornire il resoconto sulle 200 fughe radioattive in URSS, parlando davanti alla Commissione Esteri del Senato. Perle non ha spiegato l'origine delle radiazione dei circa 100 casi che non vengono attribuiti a test nucleari; è possibile che si tratti di incidenti di minor rilievo in centrali nucleari come quella di Chernobyl. Il sottosegretario alla Difesa ha affermato che comunque le radiazioni non hanno mai raggiunto livelli di pericolosità, ammettendo tuttavia che gli USA si sono limitati a protestare segretamente con il Cremlino, senza mettere al corrente l'opinione pubblica o i Paesi raggiunti dalle nubi radioattive”.

L'ENEA esprime per la prima volta una stima in rem delle conseguenze; in un suo comunicato l'Ente chiarisce che il raddoppio della radioattività di fondo non deve essere calcolato in nano-Curie come fatto finora, bensì in rem: “ogni italiano è stato sottoposto a una dose che al momento viene stimata in 100-120 millirem”. E' una stima non lontana da quella fatta per la Lega Ambiente dal prof. Gianni Mattioli di cui Repubblica riporta una dichiarazione: “stando ai numeri dell'ENEA nei prossimi anni, secondo le valutazioni più prudenziali, ci saranno seicento casi aggiuntivi di cancro e leucemia. Alcuni autorevoli studiosi suggeriscono di moltiplicare la cifra almeno per ottanta”.

Alcuni giornalisti occidentali sono stati ammessi a visitare la zona di Kiev ed i villaggi dell'Ucraina colpiti dalla nube radioattiva: è in corso in queste zone uno sfollamento di notevoli proporzioni: con un provvedimento del ministero della sanità dell'Ucraina 250.000 ragazzi e ragazze tra i 7 e i 14 anni devono lasciare la città di Kiev. Il corrispondente dell'Ansa Francesco Bigazzi scrive: “incontrandosi con il primo gruppo di giornalisti stranieri giunto giovedì a Kiev sia il presidente della regione Ivan Pliushc, sia il sindaco di Kiev Valentin Zgurski, si sono sforzati di fare un quadro tranquillizzante. Ma dalle loro parole è emersa la dimensione del disastro nucleare che ha costretto alla evacuazione di cinque località, 92 mila persone...Un territorio entro la circonferenza di 30 chilometri è stato trasformato in un deserto nucleare. 'Vi possiamo dire tutto, ma non quando questa gente potrà ritornare alle loro case' afferma il sindaco di Kiev”.

A proposito degli effetti che può avere l'incidente nucleare sull'economia dell'URSS l'Economist di oggi pubblica: “the Ukraine grows about 40% of the Soviet Union's winter wheat...Without Chernobyl, Russia would probably have bought from aboad around 32m tonnes of grain this season, against 57m tonnes last season”.

13.05.86 martedì

La Repubblica riporta una nuova intervista a Carlo Rubbia che può essere considerata già il primo ripensamento "a freddo" della politica energetica futura: “la soluzione del problema dell'energia c'è, senza bisogno di ricorrere alle centrali nucleari di tipo attuale, ai reattori autofertilizzanti o al petrolio ...l'alternativa c'è e si chiama fusione nucleare (non biomasse o solare o eolico, troppo modeste e disperse per costituire una soluzione). E' la strada per risolvere una volta per tutte il problema dell'energia. L'energia è "pulita", nel senso che non lascia scorie radioattive. C'è produzione di neutroni, secondo i modelli attuali: ma si può pensare anche a reazioni aneutroniche. Il combustibile su cui si fonda è praticamente inesauribile: l'acqua”. In un riquadro nello stesso pezzo viene specificato meglio il principio base della fusione nucleare: “il "combustibile" delle future centrali a fusione sarà un isotopo dell'idrogeno, il deuterio, abbondantissimo nelle acque terrestri: un atomo di deuterio ogni seimilacinquecento atomi di idrogeno "normali". Vale a dire che ogni litro d'acqua contiene in deuterio l'equivalente di trecento litri di ben-zina, e ogni chilometro cubico di oceano equivale a tutte le risorse petrolifere conosciute...La ricerca sulla fusione nucleare controllata è stata avviata da una ventina d'anni e notevoli successi sono stati registrati sia negli USA che in Europa e in URSS...Ma la strada da percorrere, a detta degli esperti, è ancora lunga”.

Sempre in tema di ripensamenti "a freddo" e di programmi di ricerca futura c'è da segnalare questa dichiarazione apparsa sul Corsera: “il professor Renato Petronio , direttore dell'Istituto di semeiotica chirurgica dell'Università di Verona, presidente della società italiana di endocrinochirurgia, sostiene che solo tra alcuni decenni si potranno valutare gli effetti della nube di Chernobyl: "allo stato delle cognizioni attuali non possiamo avere delle certezze. Valutando scientificamente da oggi alcuni campioni di popolazione potremo forse definire tra venti, venticinque anni le dimensioni epidemiologiche del fenomeno"“.

14.05.86 mercoledì

Oggi i quotidiani riportano una dichiarazione di Ivan Emelianov, membro dell'Accademia delle Scienze che ha definito l'incidente alla centrale di Chernobyl "non ordinario" e non ha escluso "un guasto nel sistema di raffreddamento del reattore". E' l'ammissione che la catastrofe non è stata causata da un errore umano.

Da oggi nell'Italia Centro-meridionale la vendita delle verdure è liberalizzata.

15.05.86 giovedì

Tutti i quotidiani riportano la cronaca dell'intervento di Gorbaciov alla televisione sovietica: è la prima volta dall'incidente che il leader compare in pubblico. Riguardo alla meccanica della catastrofe dichiara che “la capacità del reattore è aumentata improvvisamente durante una prevista chiusura della quarta unità. La considerevole emissione di vapore e la reazione conseguente ha portato alla formazione di idrogeno, alla sua esplosione, al danneggiamento del reattore con relativa fuoriuscita radioattiva”; ha poi comunicato il bilancio, che si presume ufficiale, delle vittime: 9 morti e 299 feriti ancora ricoverati in ospedale.

In Italia sono state liberalizzate le verdure anche nelle regioni Nord-Occidentali. Per il latte rimangono in vigore le restrizioni adottate.

Repubblica riporta ancora due iniziative locali in fatto di misure di sicurezza e di ripensamento sui danni possibili:”a Bologna il Coordinamento cittadino Sanità del Comune ha emesso una serie di disposizioni per limitare i pericoli di inquinamento nucleare nei bambini delle elementari e degli asili nido. Vengono "sconsigliati" giochi a terra, le passeggiate, le merende su terreni sabbiosi e sull'erba...Per questi motivi sono stati sospesi "Giochi della Gioventù" e rinviate le "settimane verdi" nei campeggi”.”Da Genova arriva una notizia strettamente legata all'inquinamento nucleare: l'istituto di medicina legale dell' Università ha deciso che a tutti i corpi sottoposti ad autopsia debba essere fatto anche un prelievo sulla tiroide "per verificare una possibile concentrazione di iodio-131 nel principale organo-bersaglio di questa sostanza", come ha spiegato il dottor Roberto Malcontenti. Non ci sono ancora indicazioni ufficiali sulle prime analisi, ma da alcune indiscrezioni risulterebbe che lo iodio sia stato riscontrato in quantità considerevoli.

Intanto si continua a parlare di "truffa del latte": pare che latte già inquinato sia stato utilizzato per preparare prodotto a lunga conservazione: oggi si ha notizia che è stato disposto il sequestro su tutto il territorio nazionale del latte a lunga conservazione prodotto della "Corradini S.p.A" con stampigliata sulla confezione una data anteriore al 2 maggio, che potrebbe essere falsa. “In alcuni campioni è stata riscontrata la presenza di 9,1 nano-Curie, una quantità ritenuta decisamente pericolosa, soprattutto per i bambini”.

16.05.86 venerdì

I quotidiani riportano tutti la conferenza stampa di Robert Gale, il medico USA specialista in trapianti del midollo andato a Mosca. Interessante è il fatto che Gale abbia fatto notare quali sarebbero le difficoltà di tipo medico in caso di un conflitto nucleare, quando la solidarietà internazionale per forza di cose verrebbe meno. Alla conferenza stampa partecipava anche l'accademico sovietico Andreri Vorobiov che è stato proprio lui a confermare indirettamente la gravità dell'incidente, a far capire ancora una volta che davvero si è rischiata la catastrofe. E' stato lui a spiegare come hanno agito le équipes mediche sovietiche. Il modello adottato per dividere in gruppi i pazienti è stato uno studio realizzato in URSS dopo un precedente incidente [La Stampa].





 


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permalink | inviato da giorgio egidio il 29/3/2011 alle 11:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

7 febbraio 2011

Un matematico iracondo

 

Sto leggendo un libro edito dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito una trentina di anni fa: si stratta della traduzione delle memorie del conte Eugenio de Roussy de Sales, nobile piemontese vissuto durante i primi anni del Risorgimento. Ma il buon conte Eugenio, rampollo  dell’antica aristocrazia savoiarda, soldato per vocazione, aristocratico e militare fino al midollo, da ufficiale di carriera combatté senza avere la minima idea né tantomeno il desiderio rischiare le vita per l’unità d’Italia. Aveva servito sotto i re sabaudi Vittorio Emanuele I, Carlo Felice, Carlo Alberto e infine Vittorio Emanuele II, di tutti dà giudizi meditati, a volte severi e anche indignati. Non sopporterà i ‘cedimenti’ liberali di Carlo Alberto e la pochezza morale di Vittorio Emanuele II e, congedatosi anche a causa di questi, si ritirerà in Francia,  a Hyères , a scrivere le proprie memorie.

Si tratta di ricordi soprattutto militari, ma anche di bozzetti della vita dei nobili a Torino negli anni dal 1840 al 1856, dell’ambiente formale, succube a regole scritte e non scritte cui tutti si adeguano, di ritratti ‘dal vivo’ di vari personaggi storici, a partire da Cavour. Tra questi profili è interessante (e forse per certi versi drammaticamente attuale) quello relativo a Giovanni Plana, matematico e astronomo di un certo rilievo della prima metà dell’800. Eugenio de Roussy racconta una lezione di Plana all’Università:

Non v’era allora, come non c’è oggi a Torino, né in Italia, una scuola politecnica e coloro che volevano entrare nelle armi speciali potevano accedervi attraverso l’Accademia Militare o per la via che seguivo io e che era equivalente. … I corsi all’Università erano pubblici e io non mancavo alle lezioni dell’illustre professore Giovanni Plana. Insegnava calcolo differenziale e integrale ai suoi allievi e li trattava come cani. Anzitutto dava loro del tu e questo non sarebbe stato tanto male se non avesse accompagnato le sue unghiate con epiteti tutt’altro che parlamentari. Quando aveva un allievo alla lavagna e questi rimaneva interdetto o titubante davanti a una dimostrazione, di colpo egli assumeva un’aria amichevole e con voce che cercava di rendere dolce: “Dimmi, amico mio, che professione esercita tuo padre?” Se l’altro rispondeva: “Signor Commendatore, è negoziante” egli ribatteva: “È bene che tu gli dica che ti mandi a guardare le vacche, perché con un tale asino di figlio, lo porteresti ben presto alla bancarotta. Va al tuo posto” e chiamava un altro. Questi se la cavava bene o male, come il predecessore. Se ndava bene, nessun complimento, non aveva fatto che io suo dovere. Se andava male, nuovo interrogatorio: “Che fa tuo padre?” – “Signor Commendatore, si occupa d’agricoltura”.”Bene, molto bene. Vedete voi, voialtri, ecco la più bella delle carriere; è quella che ti conviene. Va, amico mio, raggiungi l’autore dei tuoi giorni, piantagli i suoi cavoli, tu possiedi quello che ci vuole per farlo e lascia le matematiche, delle quali non comprenderai mai niente”.

3 febbraio 2011

Un sanguinario ambientalista





I comportamenti virtuosi in fatto di salvaguardia ambientale si annidano nelle pieghe più recondite  della storia dell’umanità. L’altro giorno mi ha incuriosito un titolo del Guardian on line che recitava: “perché Gengis Khan fu un bene per il pianeta”.  Io mi ricordavo storie non proprio edificanti sulla conquista dell’impero da parte dei Mongoli, o Tatari, o Tartari, a seconda di come sono stati chiamati dai popoli conquistati o semplicemente da coloro che temevano di veder comparire all’orizzonte le orde dei guerrieri a cavallo.

Effettivamente l’articolista ricorda che nel secolo e mezzo di espansione iniziata da Gengis vastissimi territori dell’estremo, del medio  e del vicino Oriente, fino alle porte dell’Europa, furono letteralmente “desertificate”: si calcola che le orde mongole produssero la cifra impressionante di 40 milioni di vittime.

Ma se si scava bene, si riesce a trovare qualcosa di positivo in quasi tutti i comportamenti umani, e in questo caso il Max Planck Institute of Meteorology e l’istituto di ricerca americano Carnegie si sono messi effettivamente a scavare nei ghiacci dell’Antartide e della Groenlandia per studiare mediante carotaggio i sedimenti e così capire come era l’atmosfera in vari periodi storici. Così facendo hanno scoperto che i momenti più tragici dello scorso millennio come appunto l’invasione dei Mongoli (1200-1380), la peste nera in Europa (1347-1400), la conquista delle Americhe (1519-1700) e la caduta della dinastia Ming in Cina (1600-1650) provocarono il collasso dell’agricoltura (o meglio il collasso degli agricoltori che morivano per malattie o venivano uccisi) riducendo la deforestazione, normalmente effettuata  mediante incendi boschivi su vasta scala, e permettendo alle foreste di riappropriarsi di vasti territori. In questo modo si ottennero due risultati: la drastica riduzione di emissioni di CO2, generate dagli incendi, e il ritorno al ciclo virtuoso del Carbonio mediante la fotosintesi della nuova vegetazione che immetteva grandi quantità di Ossigeno nell’atmosfera.

Guardando le loro carote di ghiaccio, i due prestigiosi istituti di ricerca hanno poi concluso che il più virtuoso della storia è stato Gengis Khan: gli effetti delle sue carneficine sono stati i più estesi e duraturi. E lui neanche lo ha saputo!


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18 gennaio 2011

Mirafiori: atto primo

Il nome di Mirafiori compare per la prima volta all’inizio del ‘600 quando Carlo Emanuele I ‘il Grande’, figlio di Emanuele Filiberto ‘testa di ferro', duca di Savoia decide di farsi costruire un castello a sud di Torino e lo chiama Miraflores, in onore dell’omonima Certosa di Burgos dove era stata educata la giovane moglie Caterina, figlia del re di Spagna Filippo II.

Qui la corte dei duchi volle giardini all’italiana con giochi d’acqua, tenne cacce e feste sontuose nello splendore dell’Età Barocca, ma prima l’assedio di Torino del 1706, poi svariate esondazioni del vicino torrente Sangone, fino alla disastrosa alluvione di fine ‘800 praticamente cancellarono le tracce del castello. Nell’area del suo parco sorsero scuderie con  un  ippodromo (di cui c’è traccia in ‘Vestivamo alla marinara’ di Susanna Agnelli che lì andava a cavalcare nel primo dopoguerra) finché lo sviluppo dell’industria meccanica non rese insufficiente e obsoleta la fabbrica della Fiat del Lingotto, benché fosse tutto sommato di recente costruzione. A questo punto l'enorme area di Mirafiori poteva essere destinata a un insediamento produttivo.

Il senatore Giovanni Agnelli, volitivo capitano d’industria che conosceva bene la moderna organizzazione industriale americana e che, grazie alle forniture militari della Grande Guerra e alla nascente motorizzazione d’Italia disponeva di considerevoli risorse finanziarie da investire, decise di creare un ‘secondo Lingotto’ . Valerio Castronovo, nella sua biografia   del senatore, edita da Utet nel 1971, racconta la nascita velocissima dello stabilimento di Mirafiori:

 “A settant’anni (Giovanni Agnelli) si accingeva a varare quella che sarebbe rimasta l’eredità più significativa della sua attività industriale: l’imponente stabilimento di Mirafiori, una fabbrica di oltre 3 milioni di metri cubi, a lunghissime corsie costruita su un piano unico, destinata a fissare il volto di una città e della sua classe operaia. Il Lingotto, ancora segnato a dito come “fabbrica modello” stava invecchiando sotto il profilo produttivo. … l’ex scuderia Gualino sulla strada di Stupinigi, su cui Agnelli aveva messo gli occhi già dal 1934, e una decina di piccole proprietà circostanti avrebbero lascito il campo a un’area fabbricabile di oltre un milione di mq, tre volte superiore a quella del Lingotto. … Allorché si era trovato sul tavolo nel settembre 1936 un progetto del genere, Mussolini non aveva nascosto le sue perplessità. Avrebbe voluto che Agnelli accogliesse piuttosto il principio del decentramento della localizzazione dei nuovi investimenti: per motivi innanzitutto di natura militare, ma anche di opportunità di ordine politico, per le difficoltà di controllare una massa operaia così ingente, accentrata gomito a gomito in un unico posto di lavoro. E non andavano sottovalutate le pressioni per una dislocazione che tenesse conto in qualche modo del nepotismo clientelare, di partito o municipio. …. Ma Agnelli non aveva ceduto … la “seconda Lingotto” sarebbe sorta a Torino, chiamando da Veneto e dalla Sicilia altri 5.000 operai per la costruzione dello stabilimento.” … Il progettista era l’ingegner Vittorio Bonadé Bottino che disegnò la fabbrica a sviluppo orizzontale e layout funzionale secondo criteri di organizzazione tayloristica sul modello fordista …. “nella primavera del 1937 era iniziata la costruzione della parte edilizia, sebbene le preoccupazioni del duce sul potenziale di opposizione politica rappresentato dalla massa operaia concentrata dalla Fiat fossero state confermate  da una nota informativa da Torino che, se accreditava la situazione politica nel complesso come “buona” aggiungeva tuttavia che non andavano trascurati alcuni indizi di larvata ostilità. ‘La grande maggioranza delle maestranze metallurgiche dipendenti dalla Fiat – concludeva il documento – nonostante la sua appartenenza formale al Partito, è rimasta quella che era, socialista e comunista per convinzione”

L’inaugurazione  del nuovo stabilimento avvenne con una cerimonia alla presenza del Duce, dopo appena due anni dall’inizio dei lavori, ed è raccontata invece dallo storico Piero Bairati nella sua biografia di Valletta:

“Toccò al nuovo amministratore delegato (Vittorio Valletta) organizzare la visita di Mussolini a Torino per l’inaugurazione dello stabilimento di Mirafiori. Gli auspici sotto cui Mussolini giungeva a Torino non erano i migliori. Le note informative riservate che la polizia gli aveva fatto pervenire, forse, avrebbero dovuto indurlo a maggior cautela. L’accoglienza riservata al Duce dagli operai della Fiat fu molto più fredda di quella, già poco entusiastica, riservatagli nella sua precedente visita nel 1932. Il 14 maggio 1939, il palco era stato installato nei pressi della pista di prova di Mirafiori. A fianco del Duce si trovavano Agnelli e Valletta, che per l’occasione portavano, con qualche impaccio, la camicia nera. Accanto a loro dirigenti della Fiat, uomini al seguito di Mussolini, Achille Starace.

Ormai prigioniero di una retorica che gli impediva di valutare realisticamente uomini e situazioni, Mussolini esordì con un attacco infelice per il tono e i contenuti: ‘Lavoratori della Fiat! Non mi soffermo sui problemi economici, perché ho già avuto modo di esporli nel mio recente discorso di Milano ….’. Fece una pausa; aspettò un’ovazione che non venne. Commessa un’imprudenza retorica, ne commise una seconda più grave, chiedendo: ‘Ve lo ricordate voi?’. Seguì un silenzio cimiteriale. Commise ancora un terzo errore: perse il controllo di sé e urlò: ‘Se non lo ricordate, leggetelo!’. Abbandonò il palco per alcuni istanti, ritornandovi letteralmente spintovi da Starace a salutare romanamente la massa di infedeli, per poi andarsene in una nuvole  d’ira mal repressa. Quella sera stessa in una stanza dell’Hotel Europe qualcuno lo sentì esclamare: ‘Torino, porca città’.

Questo è stato l’atto di inizio della vita dello stabilimento Fiat di Mirafiori, nei successivi settanta e passa anni  molti altri capitoli si sono succeduti fino al referendum di giovedì e venerdì scorsi.
Ma questa è un’altra storia.


       

 


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14 gennaio 2011

Prospettiva



Ritrovandomi con del tempo libero e volendo impegnarmi in attività che mi hanno sempre appassionato ma non sono mai riuscito a fare, quest’anno mi sono iscritto a un corso di disegno artistico tenuto da un’insegnante proveniente dall’Accademia di Belle Arti. Ora sta per partire la seconda parte del corso base dove si affronterà la prospettiva, chiaramente con taglio ‘artistico’ e non tecnico.

Visto che dovrò impegnarmi a rendere oggetti tridimensionali sulla superficie piana del foglio e che a me le cose piace farle in maniera consapevole ho voluto approfondire l’opera dell’autore considerato l’iniziatore del disegno prospettico: Paulo di Dono, detto Paolo Uccello, pittore fiorentino dell'inizio del '400.

E quale miglior critica leggere se non quella scritta nelle sue Vite da Giorgio Vasari?

È una lettura piacevolissima: Vasari è uno storico molto sicuro delle proprie idee,  la sua prosa è precisa e asciutta, i suoi giudizi sono taglienti, come questo a proposito della resa prospettica delle opere di Paolo:

Paulo Uccello sarebbe stato il più leggiadro e capriccioso ingegno che avesse avuto, da Giotto in qua, l'arte della pittura se egli si fusse affaticato tanto nelle figure et animali, quanto egli si affaticò e perse tempo nelle cose di prospettiva; le quali ancor che sieno ingegnose e belle, chi le segue troppo fuor di misura, getta il tempo dietro al tempo, affatica la natura, e l'ingegno empie di difficultà, e bene spesso di fertile e facile lo fa tornar sterile e difficile

Nel lungo capitolo dedicato al pittore fiorentino, Vasari passa in rassegna le opere più importanti descrivendole attentamente e non risparmiando di rilevare errori di composizione come nel caso del monumento equestre dipinto a Santa Maria del Fiore a Firenze:

Fece in Santa Maria del Fiore, per la memoria di Giovanni Acuto inglese, capitano de' Fiorentini, che era morto l'anno 1393, un cavallo di terra verde tenuto bellissimo e di grandezza straordinaria, e sopra quello l'immagine di esso capitano di chiaro scuro di color di verde terra, in un quadro alto braccia dieci nel mezzo d'una facciata della chiesa, dove tirò Paulo in prospettiva una gran cassa da morti, fingendo che 'l corpo vi fusse dentro; e sopra vi pose l'immagine di lui armato da capitano, a cavallo. La quale opera fu tenuta et è ancora cosa bellissima per pittura di quella sorte; e se Paulo non avesse fatto che quel cavallo muove le gambe da una banda sola, il che naturalmente i cavagli non fanno perché cascherebbano (il che forse gli avenne perché non era avvezzo a cavalcare, né praticò con cavalli come con gl'altri animali) sarebbe questa opera perfettissima perché la proporzione di quel cavallo, che è grandissimo, è molto bella; e nel basamento vi sono queste lettere: «Pauli Uccelli opus».



Vasari è un antesignano dei critici come John Ruskin, o più recentemente Federico Zeri, che oltre alle opere si interessano alla personalità, alla vita e all’ambiente degli artisti:

Lavorò anco in S. Miniato fuor di Fiorenza, ….. Dicesi che mentre Paulo lavorava questa opra, un abbate che era allora in quel luogo gli faceva mangiar quasi non altro che formaggio; per che, essendogli venuto annoia, deliberò Paulo, come timido ch'egli era, di non vi andare più a lavorare, onde, facendolo cercar l'abbate, quando sentiva domandarsi da' frati, non voleva mai esser in casa, e se per avventura alcune coppie di quell'ordine scontrava per Fiorenza, si dava a correre quanto più poteva, da essi fuggendo. Per il che due di loro più curiosi e di lui più giovani, lo raggiunsero un giorno e gli domandarono per qual cagione egli non tornasse a finir l'opra cominciata e perché, veggendo frati, si fuggisse; rispose Paulo: «Voi mi avete rovinato in modo che non solo fuggo da voi, ma non posso anco praticare né passare dove siano legnaiuoli, e di tutto è stato causa la poca discrezione dell'abbate vostro; il quale, fra torte e minestre fatte sempre con cacio, mi ha messo in corpo tanto formaggio, che io ho paura, essendo già tutto cacio, di non esser messo in opra per mastrice; e se più oltre continuassi, non sarei più forse Paulo, ma cacio». I frati, partiti da lui con risa grandissime, dissero ogni cosa all'abate, il quale, fattolo tornare al lavoro, gli ordinò altra vita che di formaggio.

Infine anche Giovanni Pascoli in uno dei Poemi Italici, imparato a memoria in seconda o terza media,  dà un quadro di Paulo ormai vecchio che si dedica altra sua altra specialità, ritrarre gli animali:

Di buona ora tornato all'abituro
Paulo di Dono non finì un mazzocchio
ch'egli scortava. Dipingea sul muro

un monachino che tenea nell'occhio
dalla mattina, che con Donatello
e ser Filippo era ristato a crocchio.

Quelli compravan uova. Esso un fringuello
in gabbia vide, dietro il banco, rosso
cinabro il petto, e nero un suo mantello;

nero un cappuccio ed un mantello indosso.
Paulo di Dono era assai trito e parco;
ma lo comprava, se ci aveva un grosso.

Ma non l'aveva. Andò a dipinger l'arco
di porta a San Tomaso. E gli avveniva
di dire: E` un fraticino di San Marco.

Ne tornò presto. Era una sera estiva
piena di voli. Il vecchio quella sera
dimenticò la dolce prospettiva.

Dipingea con la sua bella maniera
nella parete, al fiammeggiar del cielo.
E il monachino rosso, ecco, lì era,

posato sopra un ramuscel di melo.

………..


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2 novembre 2010

Augusto Franzoj: un folle coraggioso


 

Augusto Franzoj, piemontese, scrittore, giornalista, folle e coraggioso oppure coraggioso fino alla follia, intraprese un viaggio solitario dal Sudan all’Abissinia a partire dalla fine del 1882 per i successivi tre anni.  Era animato da spirito di avventura, inseguito da un passato turbolento: volontario nella terza guerra di indipendenza, coinvolto nei moti mazziniani del 1870, militare assegnato a una compagnia di disciplina al Forte di Fenestrelle, evaso e finalmente congedato diventò collaboratore di fogli radicali collezionando duelli e condanne finché volse i suoi interessi all’Africa. Si imbarcò alla volta dell’Abissinia del negus Giovanni e di Menelik ufficialmente per scrivere note di viaggio, in realtà con l’intento di riportare i patria i resti dell’esploratore Giovanni Chiarini morto in prigionia. Inviò comunque le sue note di viaggio alla Gazzetta Piemontese che puntualmente le pubblicò; tornato in Italia riunì i racconti delle sue avventure in un libro, Continente nero che ora, grazie alla passione di Lorenzo Mondo, è stato riproposto in versione anastatica.

Franzoj, che  è riconosciuto come una delle fonti di Salgari, iniziò le sue peregrinazioni in Africa con poco bagaglio e ancor meno soldi a cavallo di una mula che “non desterà, lo posso giurare, cupidigia alcuna. Sancio Pancia l’avrebbe rifiutata, tanto è lenta e magra e pietosamente vacillante sulle gambe. Le mie armi consistono in un revolver comperato qui, che terrò sotto la mano, ma sempre celato ed in uno spadone sudanese che, quando il sole muore e le ombre si allungano, sulla mula alta e smilza, mi fa prendere l’aria, dirò, giacché ho ricordato Sancio Pancia, di un Don Chiciotte”.

I tre anni sono densi di avventure, tragiche e tragicomiche, ma Franzoj non si perde mai d’animo, neanche quando viene derubato pure dei vestiti, per cui è costretto ad avere addosso solo “un camicione arabo, le sole mutande e nei piedi pantofole turche  sopra calze di pelle”. Imperterrito continua la ricerca dei resti dell’esploratore morto, fino ad arrivare nel regno meridionale di Ghera, retto da una regina-maga da cui riesce finalmente a ottenere le agognate ossa e dopo un altrettanto avventuroso viaggio giunse quasi un anno dopo ad Assab “con i lineamenti stravolti, la pelle abbrustolita, indossando una lurida camicia femminile avuta in dono da una schiava e calzando ritagli di pelle tenuti insieme da stracci”.

Il suo libro è una testimonianza interessante, scritta con uno stile che non rinuncia fin dove possibile a cogliere il lato comico e grottesco delle situazioni, dando però nello stesso tempo un’immagine dell’Africa un decennio abbondante prima di Adua, degli esploratori più o meno disinteressati, degli uomini d’affari che rischiando cercavano nuove possibilità di profitto, dei negus e dei ‘re’  locali che volevano partecipare a tali profitti. Il mazziniano folle cercava invece solo delle ossa di un connazionale da riportare in patria.



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permalink | inviato da giorgio egidio il 2/11/2010 alle 19:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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