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20 luglio 2015

SOLO a TORINO

Pur essendo nato a 50 km da Torino, da parecchi lustri sono diventato torinese, acquisendo vizi e virtù della città. Un amico mi ha rigirato questa breve e piacevole guida di peculiarità di Torino e dei torinesi:

Solo a Torino ….

1.         …c’è il San Simone. Se non sapete cos'è non siete di Torino. 

2.         …ci sono i controviali e solo i Torinesi ne conoscono il funzionamento grazie a una sorta di sapere orale che si tramanda di padre in figlio. Dai controviali si può svoltare a destra e a sinistra; dai viali, salvo rarissime eccezioni,no. Ne consegue che, se si è nel viale, si rischia di dover percorrere chilometri prima di poterne uscire. La situazione è oltremodo grave nel caso in cui ci si trovi in Corso Francia che è il corso più lungo d’Europa. Per facilitare le cose i viali hanno la precedenza su chi si immette da destra, i controviali devono darla. 

3.         … tutte le vie si incrociano perpendicolarmente e quindi tutti gli isolati sono quadrati. Il Torinese sa che se gira tre volte a destra, o tre volte a sinistra, si ritrova al punto di partenza. Il problema è che egli immagina che tutto il resto del mondo sia fatto così e finisce col perdersi, assieme alla sua errata convinzione, in qualsiasi altra città. 

4.         … è quasi tollerata l’abitudine di girare a destra col rosso. 

5.         … la stazione ferroviaria del Lingotto non è vicina agli stabilimenti del Lingotto. Una favolosa, imbattibile trappola per turisti. 

6.         …si usa la parola “minchia”. Ad onor del vero si dice solo a Torino e in Sicilia. In mezzo no, da nessuna parte. 

7.         …non si sente mai parlare il dialetto torinese (questo punto è intrinsecamente legato a quello precedente) 

8.         …la parola picio non è il maschile di picia e non è l’abbreviazione di picciotto. 

9.         …piazza Carlina in realtà non si chiama piazza Carlina e piazza Benefica in realtà non si chiama piazza Benefica. 

10.       … c’è la collina su un lato e le montagne su tutti gli altri. Impossibile vedere il sole all'orizzonte 

11.       … con fierezza Sabauda si mastica il cicles, si mangia lo stic e si prende il bicerin al Bicerin.

 

12.       … si ignora l’esistenza del passato remoto, il vero nome del ciapinabò e quale sia l’errore nella frase “non mi oso”.

 

13.       … tutte le fontane sono a forma di toretto verde e si pensa che da quella di Piazza Rivoli esca l’acqua del Pian della Mussa. A metà tra leggenda popolare e magia.

 

14.       … si pensa ancora che la FIAT produca automobili e che lo faccia a Torino. Si pensa anche che convenga comprare auto FIAT perché, come diceva mio padre, “non si trovano i pezzi di ricambio delle auto straniere”. Questa convinzione permane tuttora benché le auto FIAT le produca la Chrysler. Ho appena comprato una Panda per girare in città, la ho aspettata due mesi abbondanti e poi 20 giorni perché la spostassero da None, dove arriva dal luogo di produzione, a Mirafiori (km 14,4). Minchia ma si può?

 

Soluzioni:

1        

3        

9.         PiazzaCarlo Emanuele II e Giardino Luigi Martini

10.       

12.       Topinambur:Helianthus tuberosus

13        


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permalink | inviato da giorgio egidio il 20/7/2015 alle 14:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

2 giugno 2015

Mostra di Modigliani alla Gam di Torino.


Alla Galleria d’arte moderna di Torino è in corso la mostra estemporanea “Modigliani e la Bohème di Parigi”. Sono esposte 90 opere, non solo dell’autore livornese,ma anche degli artisti attivi a Parigi negli anni del primo dopoguerra. La mostra è abbastanza ben curata come scelta delle (non numerosissime) opere, della presentazione, delle didascalie complete e approfondite, ma purtroppo  non sempre ben leggibili: è un limite della Gam: sono scritte con un carattere tale per cui non è mai chiaro se si devono usare gli occhiali da presbite, incollandosi al muro per leggere, o quelli da miope producendosi in ampie falcate all'indietro per avere la giusta distanza.

Ma questo non è il peggiore limite della mostra: quadri, disegni e sculture di Modigliani, Utrillo, Chagall, Picasso, Brancusi sono esposti lungo un folle percorso tortuoso che ogni tanto produce degli spiacevoli cul de sac, bisogna uscire tornando sui propri passi incrociando così coloro che tentano di entrare: “scusi”, “oh pardon”,“mi faccia passare”, “non spinga”, “non sono io che spingo”….. Ma ancora peggio del percorso creativo è il fatto che sono stati eliminati tutti i sedili, utili sia a chi vuole riposarsi un attimo che a chi ama guardare con calma e concentrazione un’opera, ma fondamentali e indispensabili per chi ha problemi di deambulazione che si vede costretto a visitare velocemente la prima parte della mostra per poi arrancare verso l’uscita borbottando improperi non sempre ripetibili.

All'uscita della Galleria si trova un quadernone sul quale i visitatori lasciano i propri giudizi, commenti osservazioni. Alla fine della precedente mostra, quella su Renoir, che aveva gli stessi problemi, avevo scritto una lunga nota segnalando le difficoltà dei disabili, questa volta in maniera più diretta ho augurato al curatore, al direttore e ai responsabili vari non una disabilità, sarebbe un’azione malvagia, ma almeno dei calli, meglio quelli sotto le dita dei piedi che dopo un po’ che non ti siedi ti viene da piangere dal male.

Troppo cattivo? No, di calli non è mai morto nessuno, però aiutano a capire tante cose.

 


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permalink | inviato da giorgio egidio il 2/6/2015 alle 16:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

1 dicembre 2014

Mostra di Giovanni Battista Quadrone



Domenica mattina, complice  anche il tempo da lupi, sono andato con mia moglie a visitare la mostra del pittore piemontese Giovanni Battista Quadrone a palazzo Accorsi di Torino.

Pioveva e dirotto: abbiamo posteggiato accanto alla Mole Antonelliana di cui non si vedeva tutta la guglia a causa della nebbia alta o delle nubi basse, a scelta. Ma ne è valsa la pena per alcuni motivi.

Primo per il palazzo Accorsi stesso, un gioiello barocco ben tenuto che si trova al fondo di via Po dalla parte della Piazza Vittorio. È un palazzo che, pur essendo io torinese d’adozione da più di 40 anni, non conoscevo. Sorto sul sito della chiesa e del convento dei padri Antoniani, vi pose mano l’architetto Bernardo Vittone, in tempi più  recenti vi abitò il pittore Antonio Fontanesi e infine, ad opera dell'antiquario e mercante d’arte Pietro Accorsi, è diventato sede della Fondazione Accorsi Ometto e del Museo di Arti Decorative. Vi si tengono anche mostre estemporanee,per lo più monografiche come quella del pittore Giovanni Battista Quadrone.

Io amo molto la pittura della seconda metà dell’800 e Quadrone è un esponente di quella corrente di pittoriche ritraevano con grande maestria e attenzione ai particolari scene di vita sia in interni che in campagna. La sua sfortuna, se così si può dire, è stata l’essere coetaneo di Renoir, Degas e degli impressionisti in genere e di non essersi accorto, o non aver voluto accorgersi, che la pittura stava velocemente cambiando, per cui la sua fortuna da vivo è stata quella di un onesto artigianodella pittura.

Solo a partire dagli ultimi anni del ‘900 gli “ottocentisti” hanno conosciuto un nuovo apprezzamento, anche grazie a belle mostre che si sono svolte e si stanno svolgendo in parecchie città.

Secondo punto di forza dellamostra è la sua sobria realizzazione: le sale sono piccole, ma bene illuminate,i quadri ad altezza giusta e con didascalie leggibili. Ultimamente parecchie mostresono state realizzate con più attenzione a stupire che a garantire la pienafruibilità delle opere. Vedi ad esempio la mastra sui Preraffaelliti a PalazzoChiablese: salette buie, al limite dell’impraticabile, quadri illuminati inmaniera da garantire che, ovunque uno si posizionasse, fosse presente unriflesso sulla tela.

Ultima notazione positiva della mostra è la gentilezza e preparazione di tutto il personale della Fondazione,dalle cassiere ai discretissimi controllori delle sale. Valga come esempio:visto che faccio fatica a camminare, mia moglie è andata a prendere i biglietti e io la aspettavo seduto sotto un porticato all'ingresso.  Mi si è avvicinato un giovane signore della Fondazione che mi ha “tenuto compagnia” discutendo di pittura dell’800.

Tornerò senz'altro a visitare il Museo di Arti Decorative.












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permalink | inviato da giorgio egidio il 1/12/2014 alle 16:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

11 ottobre 2013

Simon Boccanegra al Regio di Torino



Il Teatro Regio di Torino ha deciso di inaugurare la stagione lirica 2013/14 quasi nel giorno del 200°anniversario della nascita di Giuseppe Verdi (10.10.1813) con la sua opera forse più difficile, senz’altro con quella più cupa, il Simon Boccanegra.

Già la genesi dell’opera è stata sofferta, tra la prima rappresentazione (un fiasco) e la successiva erano passati 25 anni, i librettisti che vi avevano lavorato erano stati due(Francesco Maria Piave e Arrigo Boito), Verdi stesso era venuto meno alla sua convinzione di non dover rimaneggiare un lavoro, riscrivendo e completando l’opera. La scelta del Regio è stata assolutamente coraggiosa, il critico AlbertoMattioli dice che si è trattata di una scelta economica, artistica e politica:oltre a mettere in scena uno spettacolo di poco richiamo ha deciso di utilizzare la regia, le scene e i costumi di Sylvano Bussotti del 1979. Scenografie e costumi sono stati restaurati (chapeau ai magazzini del Teatro Regio!) all’insegna che è meglio non buttare via niente che abbia valore, anche e soprattutto in questi anni di crisi.

Io avevo già visto il Simon Boccanegra in un allestimento di una decina di anni fa e non mi era rimasto particolarmente nella memoria perché non avevo capito che questa è un’opera che va ‘preparata’ in anticipo leggendone con attenzione la complessa trama e i riferimenti storici (Simone Boccanegra è stato il primo Doge della Repubblica di Genova a metà del XIV secolo). L’ambiente in cui si svolge l’azione scenica è quanto di più cupo Verdi abbia messo in scena, a partire dalle voci, quasi esclusivamente baritoni e bassi e persino le voci femminili del coro sono poco utilizzate; non ci sono arie memorabili ma proprio queste caratteristiche danno l’esatta sensazione del dramma che si consuma nei tre atti introdotti da un prologo.

Un’ultima parola va spesa sulla scenografia e sui costumi. L’azione si svolge in vista della riva del mare in continuo movimento, a tratti si aprono prospettive della Genova medioevale e la pignola ricerca storica di Sylvano Bussotti lo ha portato a disegnare costumi congruenti al periodo in cui si svolge l’azione. Forse è una scenografia e soprattutto sono costumi a cui non siamo più abituati. Alcune critiche hanno parlato di ‘effetto vintage’. A parte il fatto che la parola vintage mi suscita un sentimento di ripulsa, io parlerei piuttosto di ‘effetto  lavoro accurato’ in grado di resistere per 34 anni.

 



20 giugno 2013

L'italiana in Algeri al Regio di Torino

                                 

                                

Ieri sera ho assistito all’ultimo spettacolo in abbonamento al Regio. Serata non semplice: molto caldo, traffico del tardo pomeriggio abbastanza intenso, il Teatro Regio in Piazza Castello presidiato da mezzi e blindati delle forze dell’ordine che evidentemente si aspettavano qualche azione di protesta violenta da parte dei centri sociali e dell’area alternativa per la chiusura dei locali dei non lontani Murazzi del Po. Insomma raggiungere il Regio è stata un po’ un’impresa, però ne è valsa la pena.

Il “dramma giocoso” di Rossini regala sempre un paio d’ore di divertimento e di buona musica, ma oltretutto la messa in scena di ieri è stata veramente superiore alle altre fino ad ora viste: la regia e la scenografia hanno esaltato il carattere di farsa dell’opera, richiamandosi ai quadri degli orientalisti dell’800 e accentuando gli aspetti  caricaturali dei personaggi. La contralto Daniela Pini, bellissima voce, è stata una convincentissima Isabella per la tenuta della scena, il tenore Antonino Siragusa è sempre una sicurezza e il basso Simone Alberghini ha caricato da  istrione il suo personaggio di Mustafà bey d’Algeri. A completamento del cast c’è stato il ritorno sul podio di Torino di Daniele Rustioni, poco più che trentenne, che ha iniziato la sua direzione dell’Italiana in Algeri con una memorabile Sinfonia di apertura.    


                                  





 





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permalink | inviato da giorgio egidio il 20/6/2013 alle 13:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

1 maggio 2013

Retrospettiva di Eliott Erwitt a Torino

 

In questi giorni a Torino sono in corso due distinte mostre fotografiche di altrettante colonne della mitica agenzia Magum: Robert Capa e Eliott Erwitt. Oggi, complice la giornata invernale, sono andato a visitare quest’ultima. Detto per inciso: in questo fastidioso, prolungato inverno ho occupato gran parte delle ore di pranzo domenicali a visitare musei e mostre della mia città. È un orario magnifico: le gallerie e i musei sono quasi deserti, il personale disponibile, le opere osservabili con calma.

Tornando alla retrospettiva di Erwitt: sono ben presentate quasi 140 grandi stampe in bianco e nero (of course: le fotografie che passeranno alla storia devono essere solo in bianco e nero), sono quasi tutte istantanee e nelle poche ‘posate’ si percepisce l’intento ironico del fotografo.

Ogni scatto varrebbe la pena di essere visto e commentato, scoprendo i particolari che l’occhio allenato del reporter percepisce al momento dello scatto a livello, forse, inconscio ma che richiedono di essere scoperti e analizzati con attenzione da un osservatore non professionale.

Molto ben fatta è l’audioguida, compresa nel prezzo del biglietto o dell’abbonamento: contiene informazioni sul momento dello scatto e brevi interessanti commenti di Erwitt stesso.

Di tutte le 140 foto porterò un interessante esempio: è un’immagine che ritrae Richard Nixon assieme a Nikita Kruscev durante la prima visita di un politico americano a Mosca in occasione dell’esposizione Nazionale Americana del luglio 1959; nella foto si vede Nixon che punta minaccioso il dito indice sul petto di un Kruscev attonito e si direbbe anche intimorito. Questa immagine fu usata da Nixon nella campagna presidenziale del 1960 (per altro persa contro Kennedy) a dimostrare la sua capacità di essere temuto e rispettato dai russi. Ma il commento di Erwitt svela la falsa lettura: Nixon stava raccontando una storiella a Kruscev che, nonostante l’intervento dell’interprete visibile in secondo piano, non riusciva a capirla e guardava perplesso l’americano che si affannava a spiegare.

N.B. raccontatacosì senza poter vedere la foto la storia qui sopra ha poco senso ma purtroppo già da qualche mese ilCannocchiale funziona a singhiozzo. Ultimamente mi sembra che il singhiozzo sia diventato prima un ansito e ora un rantolo. Appena potrò inserirò l'immagine di Nixon e Kruscev, altrimenti pazienza, si può vivere benissimo anche senza aneddoti su Richard Nixon.


              

Miracolo del 1° maggio: a parte essere riuscito, involontariamente,  a fare sparire il post originale, non è entrata una foto, ma almenouna foto, ma almeno due babacci fatti a mano, così si dovrebbe capire il commento qui sopra.


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17 gennaio 2013

Andrea Chénier al Regio di Torino

 

L’azione, storica, si svolge durante la Rivoluzione Francese, al tempo del Terrore e si dipana tra un’iniziale festa tipo bunga bunga (fatua ma più casta, per carità!) e la catarsi della ghigliottina che tre ore e mezzo dopo uccide i due amanti innocenti.

L’opera di Giordano non è delle più semplici, contiene tante arie lunghe  che richiedono il virtuosismo dei cantanti e la trama per essere seguita bene richiede di aver rinfrescato la storia della Francia delle fine del XVIII secolo. Il libretto di Luigi Illica è improntato al nascente verismo ma, come ha detto Sandro Cappelletto su La Stampa, si sente che manca la mano di Giacosa, l’altra metà della fortunata coppia di librettisti che di lì a poco scriveranno i capolavori di Puccini.

L’allestimento che ho visto ieri sera però, a differenza di quello di una decina di anni fa, ha ancora un qualche limite. Innanzi tutto i quattro quadri in cui è divisa l’opera sono diventati quattro atti autonomi separati da tre intervalli ‘canonici’: non si è più abituati a tanto spreco di tempo, si perde il filo, cala l’attenzione degli spettatori, spesso i cambi scena si fanno a sipario aperto o a breve interruzione a luci spente in sala. Un altro limite imposto evidentemente dalla regia è la gestualità eccessivamente drammatica, ‘strappaccore’ dei cantanti: anche a ciò non si è più abituati. Terzo limite , che si rileva specialmente nei fortissimo che il direttore Renato Palumbo interpreta appunto fortissimi, per cui, nonostante l’ottima acustica della conchiglia del Regio, a volte l’orchestra copre le voci dei cantanti

                          

                           

                                                       
                                            

                                             

                                                       

29 dicembre 2012

Mostra di Degas a Torino

                                    

Da metà ottobre è in corso a Torino, presso la palazzina della Promotrice delle Belle Arti al Valentino la mostra Degas, capolavori da Musée d’Orsay. E’ un evento di grande richiamo con parecchie code in ingresso, per cui ho aspettato un anonimo giorno lavorativo, all’ora di pranzo, per andarla a vedere. In effetti c’era relativamente poca gente, per cui  mi è stato possibile visitare la mostra con tranquillità ed è stata una scelta oculata, perché valeva veramente la pena di essere vista.

La mostra è ben articolata in diverse sale divisa per temi (gli inizi, ritratti di famiglia, le ballerine, le figure femminili, i cavalli …). Per ogni gruppo di opere  vengono proposti alcuni studi preparatori, approfondimenti sulle tecniche pittoriche e sulle ricerche compiute dall’artista come quelle relative alla scomposizione del movimento mediante gli studi di cronofotografia di Muybridge, che qui vengono proiettati su grandi schermi. Effettivamente quello che colpisce nelle opere di Degas, specie se osservate bene e da vicino, è  la continua ricerca di cogliere l’istante e bloccare il movimento. Di ciò ne sono prova ad esempio i bronzi di cavalli che rappresentano quasi un ‘fermo immagine’ tridimensionale.

Un’altra caratteristica delle opere di Degas che risulta evidente dalla mostra è il pessimismo delle sue descrizioni di ambienti: la triste formalità del mondo della borghesia di fine ‘800, lo squallore del mondo delle prostitute, fino  alla rappresentazione delle conosciutissime ballerine, spesso ritratte nei momenti di preparazione o sul palco, viste dall’alto della barcaccia. Come aveva scritto un critico suo contemporaneo su un quotidiano parigino: “le sue ballerine sono meditazioni  sulla danza. Egli ne ha reso le forme graziose e voluttuose, contratte o dolorose con grande nitidezza  e tremenda risolutezza, tenacia nell’osservazione e crudeltà nell’esecuzione, e con una tale intensità espressiva che alcune sembrano vere e proprie martiri” .





                       



           



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21 gennaio 2012

Tosca al Regio di Torino

                                          

Una fuga dal carcere, due interrogatori, una scena di tortura, un suicidio, un tentativo di stupro, un accoltellamento, una fucilazione, un altro suicidio. Bilancio delle vittime: quattro morti.

Questa in estrema sintesi la trama della Tosca, un grand guignol a tinte fosche senza il finale assolutorio che premia i buoni, qui si ha il trionfo del male, del cattivo senza eguali. Puccini ha saputo rivestire di bella musica questo drammone creando un insieme articolato e senza soluzione di continuità di cantate, duetti, concertati e arie tra le più famose (recondita armonia, vissi d’arte, e lucean le stelle).

Ieri sera al Teatro Regio di Torino ho assistito alla Tosca messa realizzata con la regia di Jeanl Louis Grinda e le scene di Isabelle Pariot-Pieri con le belle voci del giovane tenore Riccardo Massi e di Maria José Siri. L’azione si svolge nei giorni della battaglia di Marengo nel 1800 e la prima dell’opera è del 1900; fortunatamente , contrariamente a quanto accade sempre più spesso, è stato deciso di non ‘attualizzare’ il melodramma (come è avvenuto per il discutibile Don Giovanni alla Scala), ma di scegliere un basso profilo di essenzialità della scena e dei costumi che ricordano l’epoca dell’Art Nouveau e dei cartelloni per la Tosca disegnati da Alphonse Mucha.

Ancora un bell’allestimento del teatro Regio, in co-produzione, che fa ben sperare per il prosieguo della stagione nonostante i tagli di budget degli anni scorsi.

 
                                                           




10 settembre 2011

Mostra ‘La Bella Italia’ alla Reggia di Venaria

   

Quasi ‘a tempo scaduto’, in quanto chiude la settimana prossima,  sono andato a vedere la mostra La Bella Italia alla Reggia di Venaria. L’idea guida della mostra è interessante e non banale: attraverso  opere d’arte che andavano dall’antichità classica alla vigilia del 1861 viene tracciato un percorso che tocca le undici principali capitali pre-unitarie (Torino, Firenze, Roma, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Parma, Modena, Napoli, Palermo) mostrando di ognuna l’immagine, la cultura, le tradizioni mediante le opere di grandi artisti, da Giotto a Botticelli a Leonardo fino a Canova e Hayez.

La mostra che è stata curata e soprattutto ben coordinata da Antonio Paolucci non è ridondante e facilmente seguibile mediante le audio guide. Purtroppo però come spesso accade alle mostre di grande richiamo pecca sui particolari, alcuni legati all’utilizzo di edifici storici nati con altre funzioni, altri forse alla smania dei curatori di voler stupire, di non essere banali. Le magnifiche Scuderie Juvarriane pongono senz’altro dei limiti che possono essere sopportati come contropartita al fatto di trovarsi all’interno di un gioiello dell’architettura barocca; ciò che lascia perplessi è invece l’allestimento: i cartigli posti a fianco delle opere sono scritti con un’elegante corsivo tinta su tinta rispetto al muro, di difficilissima lettura se non da molto vicino, e soprattutto non mi è chiaro perché  il pavimento alterni zone realizzate con specchi, con isole di prati in finta erba e con la pavimentazione originale del salone. Questa variabilità del fondo di calpestio, degli spessori, della scivolosità crea un po’ di problemi a tutti, in quanto visitando una mostra si è portati a guardare le opere più che a dove si mettono i piedi, ma soprattutto rappresenta un limite per chi ha difficoltà di deambulazione: la variabilità del fondo non aiuta né chi semplicemente zoppica, né chi cammina col bastone, né chi si muove autonomamente in sedia a rotelle.

Ancora una volta all’interno di un gioiello architettonico non si è prestata attenzione alle barriere architettoniche.  



                     




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