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28 agosto 2015

Marcy Borders


Un  paio di giorni fa sui giornali di mezzo mondo è comparsa la notizia della morte prematura di Marcy Borders, la ragazza che era diventata una delle icone dell’11 settembre. Nota anche come Lady Dust era l’impiegata ritratta coperta di polvere davanti ai resti delle Twin Towers.

Il giorno 11 settembre 2001 io ero nella sede del  grande quotidiano presso il quale lavoravo. Le agenzie incominciarono a “battere” la notizia che un aereo di linea fuori rotta si era schiantato contro una delle torri gemelle di New York. Quasi in tempo reale le agenzie fotografiche hanno incominciato a mettere in linea le foto dell’incidente, della fiammata, dello skyline di New York con il fumo dell’incendio. In breve  però un secondo aereo colpì la seconda torre,poi un altro il Pentagono e un terzo forse dirottato si schiantò. A quel punto era chiaro che si stava assistendo a un attacco preordinato. Le agenzie continuarono a mettere in rete foto drammaticamente tutte molto simili, ma a metà pomeriggio comparve l’immagine di una giovane donna completamente coperta di polvere che si stagliava a mala pena su uno sfondo di egual colore. A quel punto fu chiaro che quella era l’icona di ciò che stava accadendo.

L’avvento della fotografia digitale, la facilità di trasmissione con protocolli mediati da internet, la rapidità con la quale le agenzie riuscivano a mettere in rete quantità impressionanti di immagini, aveva concorso a deprimere la qualità delle foto stesse, a meno di quelle poche che l’occhio attento e la prontezza di riflessi  del fotografo riuscivano a far emergere dalla massa.

 Le foto-simbolo hanno sempre avuto una vita travagliata, nel senso che spesso i loro autori sono stati accusati di mistificazione, o per lo meno di aver dato una mano alla realtà. Ne sono esempi il famoso bacio tra un marinaio e un’infermiera ripreso a Time Square da Alfred Eisteadt nel maggio 1945 e da sempre in odore di foto “costruita”, o il miliziano colpito di Rober Capa che si è sempre battuto per rivendicarne l’autenticità, o ancora la foto di Joe Rosenthal “Raising the Flag” a Iwo Jima, che per ammissione del suo autore fu ripetuta per poter utilizzare una bandiera più grande.

Nel mondo a volte contraffatto dell’informazione mi piace pensare però che lo scatto di Stan Honda dell’AFP che ritrae Marcy Border  sia dovuta al colpo d’occhio e al coraggio del fotografo e non a cinici maneggiamento con PhotoShop.








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permalink | inviato da giorgio egidio il 28/8/2015 alle 17:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

5 agosto 2015

Quando l’industria creava utili con i prodotti

Ieri sera su RaiStoria ho visto un bel documentario, segno evidente che volendo la televisione è in grado di preparare prodotti di qualità.

Il programma raccontava la storia della Vespa, omeglio parlava, anche attraverso interviste e filmati d’epoca, di un ingegneredotato di tecnica ma anche di inventiva, di un imprenditore illuminato e di untempo in cui le società manifatturiere producevano utili con i prodotti e noncon la finanza.

L’ingegnere era Corradino d’Ascanio, un geniaccio nel campo dell’industria aeronautica, la società era la Piaggio di Pontedera e l’imprenditore lungimirante era Nicola Piaggio.

La Piaggio negli anni prima della seconda guerra mondiale produceva aerei, gli stabilimenti di Pontedera erano stati pesantemente danneggiati sia dai bombardamenti degli angloamericani, sia dai tedeschi in ritirata che si preoccupavano di non lasciarsi alle spalle delle potenzialità produttive di armi.

Appena finita la guerra il proprietario della Piaggio di Pontedera, Nicola Piaggio, di fronte alla sua fabbrica praticamente distrutta si è posto il problema di non lasciare sulla strada i 4.000 dipendenti. Di costruire aerei non se ne parlava più, per cui bisognava in fretta trovare una produzione meccanica alternativa. Anche la meccanica pesante, come i treni rischiava di essere troppo poco remunerativa nel breve termine, per cui l’idea vincente di Nicola Piaggio è stata quella di inventarsi un veicolo leggero ed economico che potesse dare mobilità agli italiani. La leggenda vuole che il mandato ai suoi progettisti fosse di inventare un veicolo a due ruote semplice, che potesse “essere guidato da uomini, donne, preti”.

Il progetto di questo veicolo fu preparato da un ingegnere della Piaggio, Corradino d’Ascanio che riuscì a unire strategie produttive e soluzioni tecniche utilizzate dall’industria aeronautica. Il veicolo era la Vespa che, con poche modifiche, è in circolazione da 70 anni.

Il documentario è stato interessante, sia per la storia delle persone che hanno portato alla creazione della Vespa, sia perché parlava di un tempo in cui l’industria creava utili con i prodotti e non con la finanza e in cui un imprenditore si preoccupava prima di tutto di non lasciare senza lavoro, e senza reddito, 4.000 dipendenti

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