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Ancora sulle immagini simbolo

Purtroppo spesso quando si parla di immagini simbolo ci si riferisce a un momento tragico della storia e tra queste icone della follia umana moltissime ritraggono bambini. Non so se ciò sia dovuto al cinismo del fotografo, alla ricerca dello scatto che lo può far entrare nella storia, o alla sensibilità civile dello stesso che spera che l’immagine cruda che sta riprendendo possa muovere le coscienze e far capire che si sta passandola soglia dell’orrore.

Appartengono a questa categoria, oltre alla foto opera di Nilufer Demir della Reuters che ritrae il bambino turco annegato pochi giorni fa anche quella arcinota e anonima del bambino con le braccia alzate nel ghetto di Varsavia, o quella della bimba vietnamita che scappa da un attacco americano con il napalm. Questa foto di Nick Ut della AP ebbe il merito di incominciare a instillare il dubbio sull'insensatezza e sulla ferocia di una guerra condotta con mezzi (i defolianti e il napalm) tutto sommato non molto diversi dell’iprite della prima guerra mondiale.

Va infine ricordato ancora uno scatto, che non riporto in questa mia riflessione perché troppo crudo. È quello del fotografo sudafricano Kevin Carter che nel 1993 andò in Sudan per documentare la guerra civile e la carestia che stavano facendo strage nel Paese. Qui scattò la foto che gli valse il premio Pulitzer, è quella di un bambino denutrito minacciato da un avvoltoio. Carter però aveva visto e documentato troppe tragedie, non riuscì a reggere l’orrore e, anche per questo, si suicidò l’anno dopo

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Pubblicato il 4/9/2015 alle 9.51 nella rubrica diario.

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